ARCIDIOCESI DI AGRIGENTO

Scuola Teologica per i Ministeri

E’ il secondo dei Misteri istituiti, che si svolge nell'area dell'altare, su cui si cele­bra il memoriale dell'amore oblativo di Cristo, che diviene "sacramento ed esem­pio" dell'amore con cui i suoi discepoli devono amare Dio e amarsi gli uni gli altri.

Questo ministero, nel suo concreto esercizio, è destinato a mettere in risalto l'intimo legame che esiste tra liturgia l'Eucaristia in particolare e carità.

La celebrazione eucaristica, infatti, non solo presuppone la carità verso i fratel­li, come impegno di donazione e come volontà di riconciliazione (cfr Mt 5,23-24; l Cor 11,17ss), ma implica, nell'atto in cui si compie, un atteggiamento di amore che si esprime nei molteplici e diversi compiti di accoglienza  (cfr Gc 2,l ss), di so­lidarietà (cfr l Cor 11,29), di comunione con tutti, ma soprattutto con i più deboli e con i più poveri.

L'assemblea liturgica, convocata dall'amore del Padre per celebrare la pasqua di Cristo che è il "mistero della carità", deve anche esprimere nel modo più pieno il "ministero della carità". Ciò si realizza concretamente attraverso l'esercizio di molteplici e diversi servizi suscitati dallo Spirito di amore e finalizzati a manife­stare e far crescere la comunione fraterna. "Di tutto ciò             (i fedeli) si mostrino com­presi con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipa­no alla stessa celebrazione... Si dimostrino pronti a servire con gioia l'assemblea del popolo di Dio..."  (Messale Romano, Istruzione generale, 62).

La testimonianza di carità così offerta ai fratelli, durante l'Eucaristia, deve poi estendersi e prolungarsi dopo la celebrazione e diventare sollecitudine verso i lon­tani, gli assenti, i malati, coloro che sono nella difficoltà o nel bisogno. Solo così la partecipazione al sacramento della carità diventa piena e autentica.

La Costituzione liturgica lo afferma chiaramente: "La liturgia - essa recita ­spinge i fedeli, nutriti dei sacramenti pasquali a vivere in perfetta unione e doman­da che esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede. La rinnova­zione poi dell' alleanza con Dio introduce ed accende i fedeli nella pressante carità di Cristo" (SC, art. lO).

Il decreto sul ministero e la vita dei presbiteri ricorda, a sua volta, che la cele­brazione eucaristica "per essere piena e sincera deve spingere sia alle diverse ope­re di carità e al reciproco aiuto, sia all'azione missionaria e alle diverse forme di te­stimonianza cristiana" (PO, art. 6).

Il ministero dell'accolito acquista pienezza di significato e importanza notevo­le proprio nel contesto di una Chiesa che vive il mistero della carità ed è chiamata a svolgere nel mondo il ministero della carità.

  

1. Il ministero dell'accolito nella storia e nell'esperienza della Chiesa 

Il termine "accolito" deriva da un verbo greco che significa "seguire" o anche "servire". L'accolitato quindi è il ministero affidato a coloro che, nella Chiesa, so­no chiamati a seguire i pastori, cioè a collaborare strettamente con loro nella speci­fica missione ad essi affidata e a offrire ai fratelli un servizio ispirato ad una since­ra carità, soprattutto nel momento in cui questa carità si manifesta e si celebra, cioè durante la celebrazione eucaristica. Da una notizia che si trova nel Liber pontificalis del Duchesne, sembra che l'i­stituzione di questo particolare ministero, che non è conosciuto in Oriente, debba esser fatta risalire a papa Vittore (+ 197); comunque risulta che al tempo di papa Cornelio gli accoliti erano già in numero di 42, divisi secondo le sette regioni di Roma (Eusebio di Cesarea, Hist. ecc/., I Epist. ad Fabium, VI, 43,11).

Gli accoliti, chiamati dapprima "sequentes", sono anche denominati "cerofera­rii", in quanto avevano come mansione quella di scortare con i ceri la processione d'ingresso del papa, durante

la Messa, e quella del diacono al momento della pro­clamazione del vangelo. A partire dal IV secolo, infatti, e precisamente dopo la pa­ce di Costantino, il culto della Chiesa romana conosce uno sviluppo grandioso: molti riti in uso presso la corte imperiale sono trasferiti nelle azioni liturgiche pre­siedute dal Sommo Pontefice. Si solennizzano così le processioni, specialmente quella iniziale, quando il papa viene accompagnato, in segno di onore, da sette can­delabri rappresentanti le corrispondenti regioni della città, mentre il popolo accla­ma e canta e il profumo dell' incenso inonda la basilica, ormai trasformata da luo­go d'incontro della comunità civile a luogo di culto.

I sette candelabri, portati ap­punto dagli accoliti, una volta che si è giunti all'altare vengono deposti sulla men­sa o nei pressi di essa. Uso, questo, che è rimasto in vigore, nella Messa del vesco­vo, fino alla riforma liturgica.

Nel secolo VI gli accoliti acquistarono a Roma un'importanza ancora maggio­re: aiutavano all'altare i diaconi e il presidente dell'assemblea; portavano le offer­te e i vasi sacri ed erano a loro disposizione per il compimento dei servizi da pre­stare al popolo (cfr G. Diacono, Epist. ad Senarium, PL 59,405).

Oltre questi compiti, che si svolgevano nella celebrazione, gli accoliti avevano anche altre mansioni: accompagnavano il vescovo nelle sue visite; erano a suo ser­vizio per compiere ambasciate e portare ordini e avevano talora anche l'impegno di assicurare una certa disciplina tra il popolo cristiano.

Finalmente, in forma straordinaria e come aiuto ai diaconi e ai presbiteri, gli ac­coliti avevano anche il ministero della distribuzione della Comunione. Erano loro, ad esempio, che portavano il fermentum, una piccola parte cioè del pane consacra­to dal papa nella sua Messa, alle varie chiese di Roma, quale segno di comunione tra il vescovo di Roma e i presbiteri che celebravano i santi misteri nelle chiese suc­cursali, chiamate tituli.

Come il lettorato, anche l'accolitato acquistò ben presto la fisionomia di un gra­do inferiore della gerarchia. Sono noti i riti dell' ordinazione degli accoliti dagli an­tichi documenti liturgici che sono giunti fino a noi. Questa si svolgeva durante

la Messa: i candidati erano rivestiti dell'abito loro proprio e veniva loro consegnato un sacchetto di lino che era usato per portare l'Eucaristia sia ai presbiteri, durante la concelebrazione, sia ai fratelli assenti, una volta che la Messa era terminata.

Col passar del tempo, e precisamente dall'alto medioevo, la liturgia cominciò a perdere questi connotati, si fece sempre più strada la Messa "privata" e inevitabil­mente anche la funzione dell'accolito si ridusse. Egli diventò via via un semplice "inserviente" del prete che ormai celebrava da solo, mentre nella celebrazione so­lenne mantenne l'incombenza di portare i ceri e servire all'altare.

L'accolito si è anche conservato - analogamente al lettorato - come un "ordine minore", cioè come un gradino previo, necessario per accedere all'ordinazione sa­cerdotale, ma di fatto poco rilevante come "ministero" ecclesiale. Anch'esso è sta­to restituito alla Chiesa come un servizio stabile dal m. p. Ministeria Quaedam e può quindi essere conferito anche ai laici, con precise e significative funzioni mi­ranti all' edificazione del popolo di Dio.

 

2. I compiti dell'accolito

 

Le funzioni dell'accolito sono descritte nel documento pontificio in questi ter­mini: "L'accolito è costituito per aiutare il diacono e servire il sacerdote. Pertanto è suo compito curare il servizio dell'altare, aiutare il diacono e il sacerdote nelle azioni liturgiche, specialmente nella celebrazione della Messa; inoltre, distribuire, come ministro straordinario, la santa Comunione tutte le volte che i ministri (ordi­nari)... non vi sono o non possono farlo, per malattia, per l'età avanzata o perché impediti da altro ministero pastorale, oppure tutte le volte che il numero dei fedeli, i quali si accostano alla sacra mensa, è tanto elevato che la celebrazione della Mes­sa si protrarrebbe troppo a lungo. Nelle medesime circostanze straordinarie potrà essere incaricato di esporre pubblicamente la SS. Eucaristia e poi riporla; ma non di benedire il popolo. Potrà anche - in quanto sia necessario - provvedere all'istru­zione degli altri fedeli che, per incarico temporaneo, aiutano il diacono e il sacer­dote nelle azioni liturgiche" (n. VI).

A questi compiti, quasi esclusivamente cultuali, i vescovi italiani, nel docu­mento già più volte citato, ne aggiungono un altro che ha pure un retroterra nella storia e nell'esperienza della Chiesa antica e al quale accenna anche il Rito dell'i­stituzione, quello precisamente di aver cura dei deboli e degli infermi. Compito che "stimola (l'accolito) a farsi strumento dell'amore di Cristo e della Chiesa nei loro confronti" (CEI, I ministeri nella Chiesa, 8).

Tenendo dunque presenti queste indicazioni magisteriali si possono indivi­duare, in maniera più completa e ampia, gli ambiti e le funzioni specifiche del­l'accolito.

- Egli è chiamato, anzitutto, ad essere il promotore della vita liturgica di una co­munità, non solo prestando il suo servizio nella celebrazione, in modo che essa ri­sulti veramente un'azione comunitaria e partecipata, significativa dal punto di vista dei diversi servizi che si compiono e pedagogicamente efficace, ma anche pren­dendosi cura di quanti, in essa, svolgono compiti liturgici: ministranti, cantori, let­tori, ecc. Egli è quindi il naturale animatore del "gruppo liturgico" della comunità e per questo deve curare la formazione liturgica e biblica dei vari componenti, pre­parare le celebrazioni, guidarne lo svolgimento, ecc.

Come ministro straordinario della Comunione egli si affiancherà al sacerdote nella promozione e nell'animazione della pastorale liturgico - eucaristica, non solo portando l'Eucaristia ai malati, ma curando l'incremento e l'organizzazione del culto eucaristico fuori della Messa secondo le indicazioni del Magistero e i bisogni della comunità in cui vive ed esercita il suo ministero.

- Emerge poi un altro compito dell'accolito: quello di un più vasto e profondo esercizio della carità verso i poveri, i sofferenti, i malati, gli emarginati. Lo di­chiara il vescovo, nell' esortazione prevista durante il rito dell' istituzione:"Amate di amore sincero il corpo mistico di Cristo, soprattutto i poveri e gli in­fermi. Attuerete così il comandamento nuovo che Gesù diede agli Apostoli nell'ul­tima cena: amatevi l'un l'altro, come io ho amato voi".

Dovrà essere l'accolito quindi a suscitare e a curare nella parrocchia o nelle co­munità di gruppo le molteplici forme di assistenza, di aiuto, di promozione uma­na che oggi sono richieste ai credenti che vivono nel mondo e che la Chiesa met­te in cantiere per rispondere alle numerose e svariate attese che si manifestano nei settori dell' emarginazione, della povertà, della terza età, della malattia, ecc. Egli sarà perciò il leader naturale di quelle associazioni o movimenti che s'interessano di questo settore e, come tale, potrà rendere un prezioso servizio di collaborazione all'opera caritativa dei pastori. C7,questi dunque si mantenga sempre in con­tatto e in piena comunione, in modo che il suo ministero non sia mai un fatto iso­lato e individuale, ma espressione genuina e piena di tutta la comunità ecclesiale, chiamata ad essere, nel suo insieme, sacramento della carità di Cristo in mezzo agli uomini. 

3. Caratteristiche e requisiti dell'accolito

"L'accolito esercita tanto più degnamente questi compiti, se partecipa alla 55. Eucaristia con una pietà sempre più ardente, si nutrirà di essa e ne acquisterà una sempre più viva conoscenza. L'accolito, destinato in modo speciale al servizio dell' altare, apprenda tutte quelle conoscenze che riguardano il culto pubblico di­vino e si sforzi di comprenderne l'intimo e spirituale significato: in tal modo, ogni giorno potrà offrire interamente se stesso a Dio, nel tempio essere di esem­pio a tutti per il suo comportamento serio e rispettoso, e, inoltre, avere un since­ro amore per il Corpo mistico di Cristo, cioè il popolo di Dio, e specialmente per i deboli e i malati" (MQ, VI).

L'esortazione che il vescovo rivolge agli accoliti, mentre conferisce loro il mi­nistero, è sempre in questa linea. Egli dice: "L'esercizio di questo ministero... vi sti­moli ad attingere dal sacrificio del Signore una vita spirituale sempre più intensa, e a conformarvi sempre più perfettamente a questo stesso sacrificio; procurate anche di penetrare il senso intimo e profondo delle mansioni a voi affidate, in modo da of­frire ogni giorno voi stessi a Dio in sacrificio spirituale a lui gradito, per Cristo Ge­sù. Questi vostri compiti... vi ricordino che dovete formare con i fratelli un solo cor­po, come partecipate con essi all'unico pane dell'Eucaristia".

Da ciò che è stato detto fin qui scaturisce anzitutto che anche agli accoliti è domandata una solida formazione liturgica e spirituale. Essa deve essere ottenu­ta attraverso lo studio approfondito della genuina natura della liturgia, non come un puro e semplice insieme di riti e di cerimonie, ma come il complesso dei san­ti segni con cui Cristo risorto continua, nella Chiesa e attraverso la Chiesa, il suo servizio sacerdotale per la gloria del Padre e la santificazione dei fratelli (cfr Se, 7); ma lo studio non basta: ad esso si dovrà accompagnare una opportuna "ini­ziazione" al mistero liturgico.

 Come potrà l'accolito inculcare nei suoi fratelli il gusto della partecipazione alla liturgia se non vive egli stesso per primo quel "mi­stero" che serve? Per questo gli accoliti istituiti dovranno unire allo studio una se­ria riflessione e meditazione della parola di Dio e dei testi liturgici; dovranno fa­re ogni giorno una ricca esperienza della preghiera liturgica, con la celebrazione almeno delle ore principali dell'Ufficio divino, la partecipazione frequente ai sa­cramenti, ecc. Sarà assai opportuno, poi, che essi studino attentamente le Pre­messe dei nuovi libri liturgici, in modo da essere attenti alle indicazioni e norme che questi forniscono per una celebrazione degna e rispettosa sia degli orienta­menti e delle direttive del magistero sia anche delle attese e delle concrete possi­bilità dell' assemblea. La liturgia, infatti, deve essere sempre una "celebrazione della Chiesa" (SC, 26), fedele cioè a Dio e all'uomo.

Tutto questo non si potrà ottenere facilmente se gli accoliti non partecipano ad appositi corsi e non si sforzano di tenersi continuamente aggiornati, attraverso stru­menti idonei, nei problemi della pastorale liturgica.

Per i compiti che sono loro affidati, dovranno essere anche assai sensibili alle attese di promozione umana che si manifestano oggi nella Chiesa e nel mondo. Non potranno animare iniziative di servizio, in questo vasto e complesso settore, se non vivono intensamente il mistero dell'incarnazione, se non prendono parte alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini del nostro tempo, poveri soprattutto, ai quali devono portare consolazione e speranza e per i quali devono impegnarsi in modo che siano riconosciuti i loro diritti fondamentali, sia data con­creta risposta alle loro attese di giustizia e di carità, in vista di una loro integrale promozione come uomini e come figli di Dio.

Solo in questo modo si renderà visibile concretamente, anche attraverso il loro impegno, che non è possibile distribuire e condividere il pane celeste se, insieme, non si lavora e non si soffre per spezzare anche il pane terreno con chi non lo ha o non l'ha a sufficienza.

Visto in questa luce il ministero dell'accolitato può rivelarsi veramente non solo utile ma fecondo per la vita della comunità ecclesiale e per la sua missione nel mondo.

Liturgia

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Mercoledì 5 ottobre alle ore 15,30 riapre la Scuola Teologica per i Ministeri presso il Seminario Arcivescovile Piazza Don Minzoni, 19 Agrigento Per informazioni info@scuolaminsieri.it

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